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“Borromini: Il Segreto dell’Iniziato” a cura del Fratello Ames

Chi è davvero Francesco Borromini? Il genio incompreso del Barocco? Un mero narciso egocentrico o il custode di un Segreto Iniziatico? Per secoli il silenzio del Borromini ha trovato interpretazioni tanto doviziose quanto superficiali. In realtà, sono proprio le sue opere a fornire una chiave di lettura nuova. Borromini, da vero Iniziato, custodiva un Segreto che ci ha tramandato attraverso le sue realizzazioni come scalpellino, decoratore ed architetto.

Nel 1715 il maggiore esponente della scuola inglese del Classicismo palladiano Colin Campbell etichettava il lavoro di Borromini così: “quanto sono selvaggiamente stravaganti i progetti del Borromini che osò corrompere l’umanità con le sue stranezze chimeriche, dove le parti sono senza proporzione, i solidi senza il loro vero sostegno, gli ammassi materiali senza forza, gli ornamenti eccessivi senza grazia e il tutto senza simmetria”. Fino agli studi critici di Argan ed alla rilettura attenta di Portoghesi sul finire del ventesimo secolo, gli storici dell’Arte considerano le opere di Borromini come “prodigi di degenerazione architettonica” ed hanno prediletto l’analisi dei peculiari caratteri psicologici.

La vita del Borromini, narrata dagli storici Baldinucci e Passeri, è improntata alla sobrietà degli abiti, delle abitudini e dell’aspetto. Borromini era totalmente assorbito nella sua architettura e non ha lasciato traccia di altro. Alla “gravitas” caratteriale di Borromini si contrappone la leggerezza, l’amabilità e la seduzione dell’altro genio architettonico del Barocco Gian Lorenzo Bernini. Ai nostri giorni, via Twitter, si contrapporrebbero due fazioni quella dei seguaci delle “curve antipatiche” di Borromini e quella dei followers della “sensualità monumentale” di Bernini. Ieri come oggi, i duelli degli eroi, dei politici, degli sportivi, e quindi anche degli architetti, stimolano l’eccitazione delle folle. In realtà, Borromini e Bernini opposti nella vita e nei costumi, partendo dalla stessa inerte materia (ex. travertino) e contesto sociale (i.e. la Roma dei Papi del ‘600), hanno sintetizzato quella architettura e scultura che contraddistinguono la Città Eterna e che hanno dato impulso al “controverso” stile Barocco.

Francesco Borromini inizia il suo cammino trasferendosi da Bissone per Milano, dove inizia la sua gavetta dal gradino più basso di scalpellino. Proprio attraverso la lavorazione della pietra presso la Fabbrica del Duomo che Borromini intuisce come le leggi delle scienze teoriche ed applicate siano indispensabili per i costruttori del tempo. A Milano, Borromini apprende tutto e non si ferma, comincia anche a disegnare.  Infatti, Francesco compiva il suo apprendistato presso il rinomato scultore Gian Andrea Biffi che, all’interno dello stesso duomo, guidava una scuola di disegno per l’intaglio e la pratica scultorea, destinata alla formazione di scultori ed architetti. L’attività professionale di Biffi era rivolta alla committenza più prestigiosa e le sue opere spesso si prestavano ad una lettura simbolica, che ebbe una notevole influenza su Borromini.  I costruttori di chiese gotiche come il Duomo di Milano passavano attraverso scuole particolari dove si svelavano i segreti del mestiere, un insegnamento misterioso con un profondo simbolismo iniziatico. Fin dai suoi primi passi professionali come apprendista scalpellino nel Canton Ticino, Borromini aveva fatto parte della “Corporazione dei Muratori”. Una volta acquisita una notevole abilità nell’intaglio del materiale lapideo e una non comune maestria nel disegno Borromini era pronto ad “andare a Roma per le grandi Cose che di quella città sentiva a dire”. Arrivato nella città Eterna, Borromini si iscrive all’Università dei Marmorari di Roma che si riuniva nella chiesa dei Santi Quattro Coronati al Celio. In questo ambiente Borromini si imbatte nell’ermetismo rinascimentale e nel neo-platonismo del famoso padre gesuita Athanasius Kircher.

Fin dai primi giorni del suo soggiorno a Roma, Francesco Borromini entra in contatto col suocero di suo cugino Carlo Maderno, al tempo architetto della Fabbrica di S. Pietro. Si distingue per i suoi disegni architettonici che denotano una perizia non comune. Maderno assume Borromini e lo fa lavorare con continuità e con crescenti responsabilità. Il Maderno lo indirizza verso i precetti di geometria applicata, l’astrologia, la fisica, l’idraulica e le altre discipline che affondavano le proprie radici nell’epoca classica e nei relativi saperi. Al crepuscolo dell’esistenza di Maderno, Borromini lavora al Palazzo Barberini e supervisiona i lavori in San Pietro. La scalinata all’interno di Palazzo Barberini introduce per la prima volta il movimento ascensionale creato dalla forma elicoidale perfetta con la luce che proviene dall’alto. Le api, simbolo inserito nell’araldica della famiglia Barberini da Urbano VIII, sono l’elemento decorativo che Borromini inserisce sia nel palazzo che nella fontana in Vaticano disegnata da Bernini.

Alla morte di Maderno, Borromini fonda la sua impresa di scalpellini e, viene inizialmente coinvolto dal Bernini, diventato nuovo Architetto della Fabbrica di San Pietro. L’opera cui i due protagonisti del Barocco lavorano in simbiosi è il Baldacchino della Basilica di San Pietro. Il disegno di Bernini venne reso tecnicamente possibile dalle capacità realizzative acquisite da Borromini. Il sodalizio fra i due architetti termina presto non per inconciliabilità di caratteri, quanto per la mera spartizione di compensi. L’allontanamento dalla Fabbrica di San Pietro permette a Borromini di iniziare a lavorare in completa indipendenza come architetto. La chiesa di san Carlino alle Quattro Fontane offre a Borromini la prima occasione di esprimere la sua visione dell’Architettura. La facciata è una espressione di innovazione poiché accoppia le figure geometriche dell’ellisse e dell’ovale, conferendo dinamicità con l’alternarsi di linee concave e convesse.

La decorazione della cupola colpisce perché combinando cerchi concentrici, croci, ottagoni ed esagoni, rappresenta perfettamente un cielo ermetico. Nel punto massimo della cupola c’è un triangolo inscritto in un cerchio con raggi intorno. In aggiunta, il simbolo iniziatico per eccellenza nelle Corporazioni dei muratori del tempo, ovvero l’Occhio entro il Delta Luminoso è disegnato dal Borromini nei timpani dei confessionali. La ricerca della Luce nei simboli si accompagna con l’effetto discensionale della Luce nella cupola. Tale processo discensionale intende rappresentare il processo di “illuminazione” che investe l’Uomo nel suo cammino di Vita. L’intera opera è a pianta ottagonale che evoca la vita eterna che si raggiunge il neofita nelle fonti battesimali.

I lavori di finitura dell’interno di San Carlino erano terminati nel 1641. Già da quattro anni, allora, era iniziata la costruzione della grande casa dei Filippini. Nell’impegno del grande lavoro l’architetto ebbe modo di sviluppare a fondo il suo linguaggio architettonico ed ampliarne il repertorio formale volgendo la ricerca sul tema astratto dell’accostamento di immagini, che lo interessava per il valore simbolico nell’interno di una salda maglia geometrica. Una sostanziale innovazione è nel materiale che l’architetto scelse per la sua facciata, che avrebbe desiderato apparisse come composta di una sola lastra sonora. Il paramento di laterizi finissimi tagliati a uno a uno, allettati quasi senza malta, nella sua suddivisione continua, s’approssima appunto a una tale impressione di unità. Già dalla facciata, Borromini riprende il tema della “Illuminazione” con la grande conchiglia (di cui lascia una intera collezione agli eredi). La conchiglia allude al fatto che contiene e protegge qualcosa di prezioso al suo interno (i.e. la perla o sfera).

L’interno a partire dalla pianta a croce è spiegato dallo stesso Borromini nell’Opus Architectonicum: “nel dar forma a detta facciata concava dell’Oratorio mi figurai il corpo umano con le braccia aperte, si distingue in cinque parti, cioè il petto, le braccia e le gambe”. Il movimento di concavità e convessità si allarga per lasciare spazio ai capitelli con il giglio emblematico, la stella ad otto punte ed il cuore in fiamme. Questi tre simboli si ripetono molte volte all’interno. La peculiarità di questa opera è senz’altro la Biblioteca ove Borromini ha scelto un soffitto a cassettoni lignei, al posto di marmo e travertino largamente utilizzati in quel periodo.   Borromini ha disegnato personalmente le grandi scaffalature ignee con ballatoi a balaustra cui si sale mediante scala a chiocciola nascoste negli angoli.  I cassettoni lignei del soffitto, primo caso nella Roma Barocca, sono disegnati “nella maniera che di marmo se ne vede un antico nel Foro Traiano”. E sul soffitto insistono cerchi inscritti in quadrati, grandi stelle ad otto punte e grandi ellissi di palme. Il Segreto comincia a svelarsi: ogni cosa creata da Borromini ha sempre un simbolismo preciso e coerente con la sua Iniziazione.  Una possibile chiave di lettura del perché tanta cura della luminosità e della decorazione è data dall’analisi del testamento del Borromini. Il ruolo centrale della Conoscenza nella vita del Borromini è rappresentato dalla sua ricchissima biblioteca, che alla sua morte contava ben 917 libri, distribuiti fra lo studio e la camera da letto, superando di gran lunga non solo le biblioteche dei suoi parenti (Domenico Fontana aveva 96 libri e Carlo Maderno 23), ma tutte quelle degli architetti suoi contemporanei.

La stessa simbologia incontrata negli edifici sacri viene riproposta in palazzi privati come Palazzo Carpegna e Falconieri, ma con delle linee architettoniche che sembrano anticipare le linee dell’architettura razionalista settecentesca. Borromini non lascia nulla al caso in Palazzo Falconeri, commissionatogli alla fine della carriera e della sua vita in un ambiente più intimo e familiare, proprio dal suo amico Orazio Falconieri, con il quale condivideva gli stessi interessi nel campo della mistica esoterica. Salottini piccoli, appartati, intimi, poco adatti alle grandi feste e certamente più appropriati per conversazioni private, riunioni elitarie di pochi appassionati alle discussioni allora tanto in voga sui temi dell’alchimia e dell’ermetismo. Tre cerchi intersecati tra loro e un grande sole posto al centro dominano la scena nel soffitto della prima sala. Il visitatore si può dilettare a scovare tutti gli animali, insetti e uccelli che il Borromini si è dilettato a mimetizzare nella ricchissima decorazione a girali di piante. L’ironia del barocco che diventa ricerca e vertigine. Il ritorno alla simbologia più ancestrale avviene con il grande Uroboro, il serpente che si morde la coda a rappresentare un ciclo infinito dove la fine corrisponde al principio. Ai due estremi un occhio che spunta fra i raggi, un globo percorso da meridiani e paralleli e un lungo scettro che partendo dall’Occhio governa sul mondo.

Nel 1632 Borromini divenne architetto della Sapienza, università fondata da Bonifacio VII, e comincio ad occuparsi della chiesa che doveva sorgere all’interno del complesso universitario. Il Borromini fu chiamato a completare il palazzo e a costruire la chiesa, sembra su suggerimento del suo “rivale”, sotto papa Urbano VIII Barberini, ma i lavori proseguirono sotto i pontificati di Innocenzo X Pamphili e di Alessandro VII Chigi. I simboli dei loro stemmi vengono utilizzati dall’artista come motivi ornamentali. Borromini progetta un organismo a pianta circolare ma dalla geometria complessa. La pianta della chiesa è costituita da due triangoli sovrapposti in modo da dare origine ad una stella a sei punte; si tratta del sigillo di Salomone che racchiude la sintesi del pensiero ermetico. Il sigillo include i quattro elementi della Natura: il fuoco dal triangolo con il vertice verso l’alto, l’acqua da quello con il vertice in basso, il triangolo superiore più piccolo è l’aria, mentre l’inferiore indica la terra. Il tema del tempio di Salomone è ripreso dal pavimento: esagoni formati da una metà nera e una metà bianca, che rappresentano i contrasti che caratterizzano la vita del corpo e quella dello spirito, cioè la luce e le tenebre, la virtù e il vizio. Alla straordinarietà della pianta e della facciata concava, che sembra racchiudere l’osservatore in un abbraccio, segue la cupola più inconfondibile di Roma.

Un lanternino lobato a base ottagonale che si avvolge in una sorprendente spirale terminante in una corona circondata da lingue di fuoco che sostiene il globo con sopra la colomba col ramoscello d’ulivo in bocca e la croce gigliata. Da una visuale esterna, la cupola con la lanterna a spirale rappresenta la figurazione allegorica della Filosofia. Questa potrebbe essere descritta come una Matrona con un libro nella mano destra ed uno scettro nella sinistra. Sul suo manto sono incise la lettera T in basso e la lettera Ω in alto, e nel mezzo vi è una scala a misurarne i gradi di separazione. Molto più diretta nella interpretazione della Filosofia sarebbe una vera e propria scala a ziggurat che si restringe verso l’alto. La spirale della Sapienza può evadere le leggi di gravità, che Borromini ha sempre sfidato con il ricorso ad un uso innovativo della Luce.  La spirale si attorciglia come un Serpente, che in alcune tradizioni si indica come attributo dell’intelligenza nello scorrere del tempo.  La spirale segna una percorrenza a due direzioni nel tempo infinito, dal divino all’uomo, dall’uomo al divino secondo l’intendimento religioso. La lanterna è lo zenit della cupola. Dopo di essa c’è il firmamento, sede della “Sapienza” della divinità celeste e l’ascesa elicoidale porta lì, ma da lì porta anche, inversamente, al nadir dell’umana condizione, punto d’arrivo dell’amore di Dio.

Vista dall’interno la trabeazione della cupola, con le dodici alzate di sette riprende il tema geometrico dell’intero impianto. Le dodici alzate riprendono i dodici segni zodiacali che occupano altrettanti spazi-temporali. Le alzate della cupola riportano sequenze alternate di stelle a 6 ed 8 punte. Il 6 potrebbe richiamare il principio mediatore fra il principio e la creazione, mentre il numero 8 potrebbe leggersi come l’Equilibrio cosmico. Nell’interno della cupola sono raffigurate 111 stelle, numero che potrebbe essere considerato come la somma di tre unità. Il numero 3 è il numero del cielo ed esprime le tre fasi dell’evoluzione mistica dell’Uomo: purificazione, illuminazione, congiunzione con il Divino. Tale Percorso è trasmesso, come per magia, al visitatore come una suggestione: l’anima si “aggancia” ai simboli e poi è “trascinata” dal moto circolare ed ascensionale di cielo e delle stelle.  La Luce della cupola illumina il visitatore e ricorda come l’universo sia il luogo dell’avventura spirituale di ogni anima e che la speculazione intellettiva deve condurre ad una “conoscenza illuminata”.  Luce purissima che non si mescola né al superfluo né all’instabilità.

Il nome di Borromini così fortemente criticato fino all’inizio del ventesimo secolo oggi viene frequentemente citato da architetti di ogni provenienza come motivo ispiratore e maestro indiscusso per originalità progettuale. L’attualità di Borromini risiede tutta in quella coscienza intellettuale che lo portò a sperimentare i modelli del passato sovvertendoli; una coscienza alimentata proprio da una profonda consapevolezza storica e intellettuale della disciplina architettonica intesa in tutta la sua complessità di disciplina umanistica. Tradizione ed innovazione si fondono nelle opere Borrominiane alla ricerca dell’Armonia dell’Universo. Sembra quasi che Borromini voglia tramandarci con le sue opere quanto scritto da Vitruvio: “La vera bellezza consiste a tal punto la dimensione e la forma di tutte le parti, da non poter aggiungere o levare nulla senza distruggere la perfezione dell’insieme”. Il silenzio di Borromini custodiva un Segreto nascosto ed espresso solo nella sua architettura. Se Caravaggio (1571-1610) è il massimo esponente barocco del moto per la pittura e Bernini (1598-1680) per la scultura, Borromini lo è per l’architettura. Il suo percorso architettonico anticonformista parte sempre da basi planimetriche molto geometriche per svilupparsi, man mano, lungo il cammino ascensionale.  La sua arte è realizzata da una competenza logica fuori discussione, eppure anche emotiva, che inizia da un infinito per giungere a un altro infinito. La sfericità riecheggia nelle sue opere come metafora dell’Essere Perfetto. Borromini, con iniziatica sottigliezza, nasconde con numeri e segni le “eterne armonie dell’Universo”. La ricerca della Luce nelle sue opere architettoniche è liberazione del peso, la libertà delle forme è il premio di un disciplinato lavoro sui materiali. Il segreto iniziatico di Borromini è svelato dall’Architetto stesso quando ebbe a dichiarare “la vera opera è illuminata solo dalla luce del cuore e del cielo. Non ha bisogno di oro o di altro preziosismo”.

 

BIBLIOGRAFIA

C. Lachi. La grande storia dell’arte. Il Seicento. Prima parte. Gruppo Editoriale L’Espresso. Roma 2003.

F. Borromini, Opus architectonicum, Il polifilo, Milano 1998.

F. Milizia, Dizionario delle belle arti del disegno, estratto in gran parte dall’Enciclopedia metodica, a spese Remondini, Bassano 1797.

F. Milizia, Memorie degli architetti antichi e moderni, a spese Remondini, Bassano 1785.

G. B. Passeri, Vite de’ pittori scultori ed architetti che anno lavorato in Roma morti dal 1641 al 1673 prima edizione, in Roma MDCCLXXII, presso Gregorio Settari libraio al Corso all’insegna d’Omero.

G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori. Giulio Einaudi Editore, Torino 1995.

G.C. Argan, Borromini, Milano 1952.

J. Connors, Borromini e l’Oratorio romano, Giulio Einaudi Editore, Torino 1989 II ed.

J. Morissey , Bernini, Borromini e la creazione di Roma barocca. Editori Laterza. Roma/Bari 2007.

L. Pittoni. Francesco Borromini. L’architetto occulto del barocco. Pellegrini Editore. Cosenza, 2010.

L. Pittoni. Francesco Borromini. L’Iniziato. Edizioni De Luca. Roma, 1995.

M. Franciolli (a cura di), Il giovane Borromini. Dagli esordi a San Carlo alle Quattro Fontane, catalogo della mostra (Museo Cantonale d’Arte, Lugano, 5 settembre – 14 novembre 1999), Skira, Milano 1999.

P. Portoghesi, Francesco Borromini, Skira Editrice, Milano 2020

R. Wittkower, Francesco Borromini: Personalità e destino, in Studi sul Borromini. Atti del Convegno promosso dall’Accademia Nazionale di San Luca, vol. I, De Luca Editori d’Arte, Roma 1970.

 

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11 Comments

  1. Gualtiero comini

    Un tracciato interessante per una chiave di lettura meno consueta.
    TFA
    Gualtiero

  2. michele aranceto

    Carissimi di Phoenix vi auguro Forza e Vigore.

    TFA Michele

  3. Lullo Raimondello

    Ottimo pezzo di aechitettura Triplice Fraterno Abbraccio

  4. Diego Maria dei Fagoneti

    Una chiara e puntuale ricostruzione della figura dell’Iniziato Borromini. In particolare la conclusione del tracciato permette di comprendere quanto il Barocco dell’Architetto
    sia in armonia con le “Dinamiche Universali”. Ottimo lavoro!
    Con il T.’.F.’.A.’.

  5. giuliano marchetti

    puntuale analisi con interessanti riferimenti esoterici sempre lavori di qualità sul vostro sito

  6. cinzia fallica

    cari fratelli di Phoenix un abbraccio fraterno continuo a seguirvi con piacere

  7. caterina ballerini

    volevo complimentarmi con la gran loggia phoenix per il lavoro che svolgete con precisione e continuità.
    siete un faro nella massoneria italiana oggi fatta anche di ombre
    caterina ballerini 3°

  8. Gabriele De Villa Rojo

    Il Fr.’. Ames, con la sua narrazione, contribuisce a rendere più comprensibile l’articolato percorso artistico, spirituale ed iniziatico dell’Architetto Borromini.
    Complimenti !

  9. Giuseppina Bellerio

    Ho letto l’articolo su Borromini e mi è piaciuto. Da tempi seguo la disputa artiatica con il Bernini e questa nuova lettura in chiave esoterica aggiunge un punto per Borromini. Comunque due grandissimi che hanno contribuito a rendere Roma la più bella città del mondo

  10. Marika Stella

    Ero stata tante volte a S. Ivo, spesso ho attraversato il porticato per tagliare la strada verso S. Eustachio, ma non mi ero mai soffermata a guardare alcuni aspetti contemplati dal vostro articolo.
    Vi sono grata per avermi aperto un mondo paccato che non accettiate le donne nella vostra organizzazione, mi avrebbe fatto piacere perché vedo in voi serietà ed amore per la cultura e la tradizione. Complimenti Marika Stella studente universitaria

  11. conca mario alberto

    Sono romano de Roma, bazzico zona piazza navona e pantheon diciamo tre volte a settimana ma non mi ero mai accorto di questa chiesa forse perché è interna al cortile.
    Poi i lavori si restauro recenti non hanno agevolato la mia scoperta devo dirvi grazie perché ci sono entrato e ho scoperto una delle tante cose belle di roma che non conosco pur vivendoci da quando sono nato. Stelle, cupole etc. fanno parte della fantasmagoria del barocco romano
    poi se ci sono anche significati esoterici e simbolici buono a sapersi, per il momento comincio ad apprezzare la bellezza del posto a seguire cercherò anche di comprendere altri aspetti
    grazie conca mario alberto

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Il Ser.·.mo Fr.·. Domenico Vittorio Ripa Montesano.·. è nato in un'antica Famiglia con ininterrotti Tramandi Iniziatici e Massonici, giunti alla quarta generazione. Iniziato all’Arte Reale in giovanissima età, ha ricoperto ruoli apicali nell’Istituzione rivestendo prestigiosi crescenti incarichi, che lo hanno portato oltre un decennio fa a giungere al Grande Magistero. Attivo in numerosi Cenacoli Iniziatici Nazionali ed Internazionali, con l’unanime supporto dei Fratelli, Governa dalla sua Fondazione la Gran Loggia Phoenix degli A.·.L.·.A.·.M.·. Scrittore, Saggista e relatore in numerosi convegni nazionali, è autore di molteplici pubblicazioni e studi esegetici sui Rituali della Massoneria degli A.·.L.·.A.·.M.·. . Cura la Collana "Quaderni di Loggia" per la Casa Editrice Gran Loggia Phoenix® da lui Diretta.

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"FACTA NON VERBA" è la Divisa* della Gran Loggia Phoenix degli A.·.L.·.A.·.M.·. ed esprime sintetizzandolo un aspetto fondamentale della Nostra Filosofia di Vita, che diviene un abito mentale da riverberare positivamente anche una volta usciti fuori dalle Colonne.


* E’ il Motto tracciato su un cartiglio. Nel Nostro Stemma Araldico in lettere Azzurre su nastro d’Oro, incorniciato e sorretto da due rami di Acacia. Esprime in maniera allegorica pensieri o sentenze, definite anche imprese araldiche. Nella Tradizione dell’aspilogia sono costituite di corpo (figura) e anima (parole).